Siamo ad un bivio della storia!

Il nostro governo vuole aumentare le spese militari dal 1,6% al 5% del PIL e si accinge a reintrodurre la leva obbligatoria.
L'anticamera di una guerra dalle conseguenze imprevedibili.
Siamo ad un bivio storico.
Da una parte l’accettazione passiva di un’insensata corsa agli armamenti che drena risorse dal welfare, impoverisce la nostra società e rende il conflitto sempre più probabile.
Dall’altra la possibilità di organizzarci, costruire un’alternativa credibile e impedire che il nostro futuro venga deciso da governanti irresponsabili e lobby delle armi.

La guerra non è inevitabile.

Siamo un gruppo di attivistə con base a Bolzano (BZ) e abbiamo avviato il Movimento per il Disarmo Progressivo per bloccare l’aumento delle spese militari, procedere ad un disarmo progressivo, smascherare la propaganda bellicista e colpire politicamente chi sostiene il riarmo.

Non domani. Ora.

Se pensi che la sicurezza non si costruisca con le armi e se non ti sei rassegnatə al disastro incombente, unisciti a noi.

Movimento per il Disarmo Progressivo – Domande frequenti (FAQ)

Cos’è il Movimento per il Disarmo Progressivo?

È un movimento politico che nasce per contrastare l’attuale corsa al riarmo e promuovere un percorso di disarmo progressivo, concordato e verificabile tra gli Stati.

Perché nasce oggi?

Perché l’accettazione del dictat statunitense che impone di portare la spesa militare al 5% del PIL sta trascinando l’Italia e l’Europa verso una spirale di guerra, insicurezza e impoverimento sociale.
Questa scelta non aumenta la sicurezza dei cittadini, ma alimenta nuove tensioni globali.

Contro chi sarebbe questa guerra?

Il “nemico” indicato è la Russia, una potenza nucleare che spende in armamenti circa la metà di quanto spendono complessivamente i Paesi europei. In questo contesto, una corsa al riarmo non può che spingere tutte le parti a fare altrettanto, aumentando il rischio di un conflitto su larga scala.

Qual è il vostro obiettivo principale?

Nel breve periodo, bloccare l’aumento della spesa militare del 5% del PIL.
Nel medio-lungo periodo, arrivare a un disarmo progressivo e concordato tra gli Stati, sul modello dei trattati START, che in passato hanno dimostrato che il disarmo è possibile.

Perché “disarmo progressivo”?

Perché l’urgenza del momento impone obiettivi ambiziosi ma realistici. Parlare di un disarmo totale, immediato e magari unilaterale non è solo utopistico, ma nel contesto attuale rischia di essere persino controproducente.
Costruire invece un percorso graduale, verificabile e condiviso — sul modello dei trattati START — è l’unico modo per ottenere risultati concreti e, al tempo stesso, mobilitare un consenso ampio e duraturo, indispensabile per raggiungere un obiettivo di questa portata.

Come intendete raggiungere questi obiettivi?

Attraverso:

  • la costruzione di un network tra realtà antimilitariste, pacifiste e sociali;

  • una contro-narrazione capace di smontare l’idea che la guerra sia inevitabile;

  • la creazione di una massa critica in grado di incidere sulle scelte politiche.

Quali metodi utilizzerete?

Il Movimento per il Disarmo Progressivo utilizzerà esclusivamente metodi democratici e pacifici, muovendosi nel rispetto delle leggi.
All’interno di questo quadro è contemplata anche la disobbedienza civile, ma solo se inserita in una strategia chiara, organizzata ed esplicitata, orientata a obiettivi politici precisi e condivisi.

Farete azioni politiche dirette?

Sì. Una volta raggiunto un peso sufficiente, il movimento agirà per condizionare le scelte della politica.
Inizieremo a livello provinciale dove considereremo avversari politici tutti coloro che sosterranno il riarmo e lavoreremo per ostacolarne l’elezione. Se il modello funzionerà, verrà esteso a livello nazionale.

Siete affiliati a partiti o organizzazioni?

No.
Il Movimento per il Disarmo Progressivo non è e non sarà affiliato ad alcuna organizzazione né a partiti politici. È uno spazio autonomo, aperto e plurale.

Siete contro la sicurezza dei cittadini?

No, esattamente il contrario. Crediamo che la vera sicurezza derivi da:

  • diplomazia e cooperazione internazionale,

  • giustizia sociale,

  • investimenti in sanità, istruzione, welfare e transizione ecologica,
    non dall’accumulo di armamenti.

Chi può partecipare?

Chiunque condivida questi obiettivi, indipendentemente da appartenenze politiche o associative. Abbiamo bisogno di attiviste e attivisti, ma anche di competenze, idee, tempo e passione.

Perché aderire?

Perché ci troviamo di fronte ad un bivio storico: accettare passivamente una guerra presentata come inevitabile oppure lavorare collettivamente per costruire un’alternativa.

Se non ti sei rassegnatǝ al disastro, questo movimento è anche tuo.

Connnettiti al disarmo

Chi vuole la leva in Italia

Negli ultimi mesi i sondaggi di YouTrend e Izi sul ritorno della leva militare obbligatoria hanno avuto grande risonanza sui quotidiani italiani. In particolare, viene spesso citato il dato secondo cui circa il 47% della popolazione sarebbe favorevole alla reintroduzione della leva. Questo numero è utilizzato per legittimare politicamente l’idea che il Paese sia pronto ad accettare un nuovo processo di militarizzazione.

Ma ci sono due problemi. Il primo è che l’altra metà degli italiani la leva obbligatoria non la vuole. Il secondo problema riguarda il modo in cui viene posta la domanda.

Nei sondaggi più citati si chiede in modo generico:

“Sei favorevole alla leva obbligatoria?”

È una domanda astratta, che richiama concetti come dovere, patria, sicurezza, responsabilità collettiva. In questo contesto, rispondere “sì” costa poco: non implica una scelta concreta, non comporta un rischio personale immediato, non obbliga a immaginare le conseguenze reali.

Le cose cambiano radicalmente quando la domanda viene rivolta a chi dovrebbe realmente andare in guerra. In un’indagine del Censis, la domanda è posta in modo esplicito a persone tra i 18 e i 45 anni:

“Se scoppiasse un conflitto, come ti comporteresti?”

Qui il quadro si ribalta: solo il 16% delle persone si dichiara pronta a combattere, mentre l’84%, in forme diverse, non sarebbe disposto a farlo.

  • solo il 16% si dichiara pronto a combattere;

  • il 39% si definisce pacifista e protesterebbe contro la guerra;

  • il 26% preferirebbe delegare la difesa a eserciti professionisti o mercenari;

  • il 19% sceglierebbe la fuga pur di evitare il fronte.

la leva obbligatoria non è un principio astratto. Significa addestramento militare, disciplina forzata, obbedienza armata e, in ultima istanza, la possibilità concreta di essere mandati in guerra.

Non è un caso che oggi la leva venga sostenuta soprattutto da chi non la farà mai: persone troppo anziane per essere arruolate, esponenti politici, commentatori, opinionisti e decisori che non rischierebbero in prima persona. È facile invocare il sacrificio quando a sacrificarsi sono “gli altri”.

La storia insegna che le guerre non vengono combattute da chi le decide. Le combattono i giovani, spesso provenienti dalle classi sociali più fragili, con meno possibilità di sottrarsi, meno tutele e meno alternative. Parlare di leva obbligatoria senza mettere al centro questa realtà è una forma di disonestà politica.

Introdurre la leva significa normalizzare l’idea della guerra come destino inevitabile, preparare culturalmente e psicologicamente un’intera generazione al conflitto. Non è una misura di difesa: è un passo ulteriore nella spirale del riarmo e della militarizzazione della società.

Lo ripeteremo fino allo sfinimento: la guerra non è inevitabile, ma tocca a noi impedirla.

LA GUERRA PIACE A CHI NON LA CONOSCE

ERASMO DA ROTTERDAM

Di chi dovremmo avere paura? L’Europa spende in armi il doppio della Russia.

Secondo la narrazione dominante, l’Europa sarebbe costretta a riarmarsi perché minacciata da una Russia militarmente superiore e aggressiva. Questa tesi viene ripetuta con insistenza nel dibattito politico e mediatico, ma non regge al confronto con i dati reali, soprattutto se si considerano le spese militari a parità di potere d’acquisto, ovvero in termini di capacità reale di spesa.

Nel 2024, la Federazione Russa ha sostenuto una spesa militare pari a circa 461,6 miliardi di dollari internazionali. Nello stesso anno, l’Unione Europea ha speso 547,5 miliardi, una cifra già nettamente superiore a quella russa. Se si allarga lo sguardo all’insieme dei Paesi europei membri della NATO, la spesa sale a 718,9 miliardi, mentre considerando l’Europa nel suo complesso si arriva addirittura a 729,8 miliardi di dollari internazionali che rappresenta il +58% sulla spesa della Federazione Russa.

Non esiste alcuna inferiorità militare europea, né sul piano delle risorse né su quello della capacità economica di sostenere uno sforzo bellico.

Alla luce di questi numeri, sostenere che l’Europa debba temere una presunta superiorità militare russa non è solo discutibile: è fattualmente falso. L’asimmetria di risorse, corretta per il potere d’acquisto, continua a giocare a favore dell’Europa e dell’Occidente. Non siamo di fronte a una condizione di debolezza, ma semmai a una forza strutturale già ampiamente sufficiente.

La funzione della retorica della paura non è la sicurezza, ma la legittimazione politica della corsa al riarmo. Presentare la guerra come inevitabile e la minaccia come esistenziale serve a giustificare l’aumento continuo delle spese militari, sottraendo risorse a sanità, istruzione, welfare e transizione ecologica, e restringendo al contempo lo spazio del confronto democratico.

La storia insegna che le guerre non scoppiano perché qualcuno spende troppo poco in armi, ma perché tuttǝ iniziano a spenderne sempre di più, in una spirale di escalation alimentata da paura e sfiducia reciproca. Oggi l’Europa non è minacciata da un deficit di armamenti, ma dal rischio di ripetere errori già commessi in passato, scambiando il riarmo per sicurezza e la deterrenza per stabilità.

Non ci serve il riarmo.
Ci serve il buonsenso.

Per approfondimenti sulle fonti di questo articolo e il concetto di potere d'aquisto, clicca qui

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